Povertà ed esclusione sociale

3. La struttura demografica ungherese e le sue conseguenze

In Ungheria, similmente alla maggior parte dei Paesi europei, si assiste ormai da decenni a una riduzione demografica, con una diminuzione della popolazione negli ultimi venti anni pari a mezzo milione di abitanti. Nel 2005 il numero totale di abitanti era di 10.097.549, di cui il numero di bambini per gruppi di età è raffigurato nella tabella seguente.

Tabella 1. Numero di bambini per gruppi di età

Fasce di età Numero di bambini nel 2005

0-4 477.844

5-9 503.128

10-14 598.725

15-18 317.164

0-18 18,8%

Rispetto ai decenni precedenti, la percentuale dei bambini e dei giovani da 0 a 18 anni di età era del 24,5% sulla popolazione totale e ha continuato a diminuire rapidamente. Il declino del tasso di natalità e l’elevato tasso di mortalità sono molto superiori alla media europea. Vi sono svariate ragioni che spiegano il basso tasso di natalità, tra cui principalmente il cambiamento nella natura del ruolo di genitori e le crescenti aspettative relative all’educazione dei figli.

Per decenni si è discusso molto dei possibili modi per cambiare questa tendenza, ma tutti gli sforzi compiuti hanno prodotto successi limitati. Si è sempre ritenuto che aumentando i sussidi e le altre forme di sostegno alle famiglie si sarebbe contribuito a risolvere il problema. Invece, per quanto generoso potesse essere il sostegno alle famiglie, il risultato è cambiato poco. La povertà e il numero di minori sono stati a lungo due fattori inversamente proporzionali, e questa correlazione non è cambiata. Se si inverte il punto di vista si vede che il 50% delle famiglie con tre o più figli si trovano sotto la soglia di povertà e molte di esse non rientrano nelle categorie più comunemente utilizzate per spiegare le ragioni della povertà. L’argomentazione addotta da quanti spiegano perché hanno avuto meno figli di quanti ne avessero programmati prima o dopo il matrimonio è che manca un sostegno adeguato alle famiglie numerose e che la società non mostra un atteggiamento di solidarietà nei loro confronti. Un sondaggio condotto in Ungheria ha evidenziato che tre quinti degli intervistati a cui è stato chiesto cosa pensassero degli sgravi fiscali che si volevano introdurre per le famiglie ha dichiarato che secondo loro gli sgravi avrebbero cambiato solo minimamente la situazione mentre un quarto riteneva che non avrebbero comportato alcuna differenza. Gli intervistati senza figli sono quelli che maggiormente sostenevano l’idea della pianificazione familiare, mentre le persone con tre o più figli hanno espresso scetticismo riguardo alla possibilità di influire con interventi finanziari sulle decisioni individuali relative al numero di figli che si desidera avere.

Il numero di bambini nati fuori dal matrimonio è cresciuto costantemente fino all’attuale 25% del totale. La maggior parte di questi bambini nascono in seno a famiglie in cui i genitori convivono e un numero inferiore da madri single. Non vi è alcuna forma di discriminazione nei confronti dei figli nati fuori dal matrimonio e il numero di famiglie monogenitoriali è molto elevato a causa dell’alto tasso di divorzi e di separazioni.

Secondo il sondaggio effettuato, le famiglie con tre o più figli vengono considerate o Rom oppure “strane”, “particolari” o religiose e, in generale, l’opinione pubblica ritiene che una famiglia responsabile non dovrebbe avere molti bambini perché non è in grado di provvedere ai loro bisogni.

La quantità e la qualità dei servizi di assistenza ai bambini durante il giorno è un indicatore importante dell’atteggiamento e della politica di uno Stato. Per molti anni, a partire dagli anni Cinquanta, si è posto fortemente l’accento sull’aumento del numero di asili nido, di scuole materne e di servizi postscuola. In passato il mercato del lavoro richiedeva la partecipazione delle donne poiché occorrevano due redditi per assicurare la sopravvivenza di una famiglia, senza contare che lo sviluppo industriale richiedeva manodopera. A metà degli anni Sessanta si è verificato un cambiamento economico, politico e ideologico che ha teso a escludere le donne poco qualificate dallo sviluppo economico intensivo e, nel 1967, furono introdotti degli assegni per l’accudimento dei figli della durata di tre anni. I decisori politici speravano di ottenere un aumento delle nascite, così come avvenne molti anni dopo, quando fu deciso di introdurre un assegno per l’accudimento dei figli pari al 75% del salario da corrispondere alle giovani madri per due anni (in seguito fu esteso anche ai padri).

Nonostante tutti questi sforzi si è avuto solo un lieve aumento della natalità. Nel frattempo il sostegno agli asili nido è stato ridotto, in parte sulla base delle conoscenze relative alle necessità emotive dei bambini e in parte a causa degli alti costi del servizio prescuola. La quantità e l’accessibilità delle scuole materne sono cresciute rapidamente e la grande maggioranza dei bambini di età compresa tra i 3 e i 6 anni, circa l’87%, oggi frequenta la scuola materna a tempo pieno, mentre il 9% dei bambini tra 0 e 3 trova posto al nido. I servizi postscuola sono andati diminuendo velocemente dalla transizione in poi, quando, a seguito del decentramento amministrativo del 1993, le amministrazioni locali hanno acquisito la competenza in materia scolastica e non hanno più avuto l’obbligo di legge a erogare questo servizio.

È interessante notare che la Strategia di Lisbona dell’Unione europea traccia un quadro molto simile alla situazione esistente in Ungheria nei decenni passati, quando molte più donne lavoravano e la maggior parte dei bambini erano affidati ai servizi scolastici per poter conciliare la vita familiare e il lavoro. Sarebbe forse più opportuno tener conto degli studi e degli esiti conseguiti in quei Paesi che hanno già esperienza in materia per esser certi della validità degli interventi prima di vararli. La retorica non è cambiata molto, il mercato del lavoro richiede più donne e persone anziane ma anche un tasso di natalità più elevato in un’Europa che invecchia troppo.

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